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Alcuni giorni fa, mentre i talenti del ciclismo internazionale si sfidavano sui 180 chilometri della 77ª edizione del Trofeo Piva, tra le strade e i vigneti delle colline del Prosecco, un altro gruppo osservava con attenzione ogni passaggio sul Muro di San Vigilio. Meno visibile, meno rumoroso, ma sempre più rilevante. Erano i ciclisti over 60, una comunità in crescita che sta ridefinendo linguaggi, abitudini e persino il concetto di performance.

Non si tratta di semplici appassionati. È una generazione che ha abbandonato simbolicamente il green del golf per salire in sella a biciclette in carbonio di ultima generazione, trasformando salite iconiche come quelle di Combai in un terreno di confronto, ma anche di relazione. Il ciclismo, per loro, è diventato un nuovo spazio di networking, dinamico e meno formale, dove la conversazione si alterna agli scatti e ai dati letti sul ciclocomputer.

Il parallelo con il golf resta efficace per comprendere il cambio di paradigma. Se un tempo le relazioni si costruivano nelle clubhouse, oggi nascono tra una salita e una discesa, in gruppo, tra un rilancio e l’altro, come se fosse un Fiandre o la Milano-Sanremo controllando i battiti sul computerino di ultima generazione, condividendo watt, frequenze cardiache e segmenti. Il gruppo diventa il nuovo “circolo”, la strada il nuovo luogo di incontro.

Questi over 60 incarnano una trasformazione culturale più ampia. Sono i nuovi quarantenni, sostenuti da una maggiore attenzione alla salute, da una cultura diffusa dell’allenamento e da un accesso a tecnologie sempre più avanzate. Utilizzano strumenti di monitoraggio, seguono piani strutturati, curano alimentazione e recupero. Rincorrono la propria gioventù sulle stesse rampe che hanno visto trionfare i ragazzi della Visma o della UAE Team Emirates GenZ. Non inseguono solo la nostalgia della giovinezza, ma una forma evoluta di benessere attivo.

Il fenomeno ha anche una dimensione economica e di mercato. Questo target investe in biciclette top di gamma, abbigliamento tecnico e accessori ad alte prestazioni. È un pubblico esigente, informato, disposto a spendere per qualità e comfort. Il ciclismo, in questo senso, diventa anche un driver per il turismo esperienziale.

La differenza rispetto all’agonista puro emerge soprattutto nel modo di vivere il territorio. L’uscita in bici non è mai fine a sé stessa. La prestazione resta centrale, soprattutto su tratti impegnativi come le rampe al 23% del Piva, ma è solo una parte dell’esperienza. Il resto si costruisce dopo.
La vera differenza tra questa tribù e l’agonista puro sta nel valore di un’esperienza a 360 gradi nel vivere e percepire il territorio dopo l’uscita in bici. Il ciclista sportivo over 60, infatti, non cerca una fuga “mordi e fuggi” ma vuole vivere il territorio con un’intensità diversa.

Il “dopo tappa” assume un valore quasi rituale. Non è una pausa qualsiasi, ma un momento di recupero, socialità e scoperta. Che non si accontenta di una sosta qualunque, ma vuole respirare il fascino di luoghi che hanno un’anima. Strutture come Hotel Villa Soligo o Agriturismo Villa Panigai a Farra di Soligo rispondono perfettamente a questa domanda, offrendo un’ospitalità che combina comfort, identità territoriale e attenzione al dettaglio.

Anche la ristorazione diventa parte integrante dell’esperienza cicloturistica. Una sosta da Ristorante Da Gigetto a Miane non è solo un pranzo, ma un’estensione del viaggio. Qui il racconto del territorio passa attraverso i piatti e, soprattutto, attraverso i vini del Valdobbiadene DOCG, che rappresentano uno dei simboli più riconoscibili dell’area.

È in questo equilibrio tra fatica e piacere, tra performance e scoperta, che si inserisce il nuovo volto del cicloturismo sportivo. Le colline tra Combai e Col San Martino non sono più soltanto il teatro di una corsa internazionale Under 23, ma diventano un laboratorio di turismo evoluto, capace di attrarre un pubblico maturo, consapevole e altamente motivato.

Chi pedala su queste strade non cerca solo asfalti o strade bianche, ma un’esperienza dove puoi sentirti professionista per un giorno – affrontando gli stessi circuiti dei futuri campioni del World Tour – per poi lasciarti viziare dalla qualità che solo queste colline sanno offrire. In fondo, rincorrere i ragazzi dell’Under 23 è un gioco bellissimo, specialmente se sai che, una volta posata la bicicletta, ti aspetta la migliore ospitalità del mondo tra i vigneti.

Il Trofeo Piva, in questo contesto, non è solo una gara. È un riferimento, un modello, quasi un pretesto. Perché mentre i giovani inseguono un contratto nel World Tour, i “silver” inseguono qualcosa di diverso: una qualità della vita che passa anche dalla bicicletta. E che trova proprio tra queste colline,una delle sue espressioni più compiute, guardate qui voi un assaggio del percorso: Col San Martino e dintorni | Relive

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